Archive for the ‘Storia’ Category

La storia delle carmelitane francesi trucidate dai rivoluzionari è nota e non starò qui a riassumerla, la si può trovare un po’ dovunque, anche sulla superficiale wiki.

Suggerisco solo uno spunto di decisione… visto tutto quello che sta accadendo, in Francia in particolare, non è che tutto QUESTO

si sta piano, piano avverando?

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Molti amici, anche vicini alle mie posizioni, si stupiscono perché io sia così feroce politicamente. Perché io sia così profondamente scandalizzato, irritato dalla sinistra, italiana in particolare. Perché per me appartenere alla sinistra e soprattutto, peggio che mai, aver votato PCI, o non condannare tutta, integralmente l’esperienza del PCI, sia qualche cosa di indecente. Peggio, molto peggio che essere simpatizzanti del fascismo, quasi peggio che simpatizzare col nazismo.

E’ vero, nonostante la storia di parte della mia famiglia, nonostante il mio carissimo nonno, vecchio socialista fino al midollo, io ritengo letteralmente de-lin-quen-zi-a-le aver sostenuto e votato il PCI ieri e non condannare, oggi, in toto, in blocco, il PCI, “senza se e senza ma”, come dicono gli attuali compagni. Di conseguenza gli attuali membri della sinistra, anche quando per evidenti motivi anagrafici non possono essere accusati di aver sostenuto il PCI, in stragrande maggioranza parimenti guardano a quell’associazione a delinquere che fu il PCI con un occhio benevolo, quando non simpatizzante “fu una grande stagione”, “portò avanti battaglie giuste”, “fu un punto di riferimento istituzionale”, “fu il partito della moralità”, ecc.

C’è un momento in cui concepii il giudizio durissimo che do, il quale poi è maturato e si è consolidato, grazie alle letture e agli studi, con gli anni. Avevo da poco compiuto undici anni. Mia madre per Natale aveva regalato a mio padre un libro di Indro Montanelli, “Dentro la storia” della Rizzoli, con la cronaca della rivolta d’ungheria del 1956. Mio padre si mise prima a sfogliare il libro, poi a leggerlo attentamente. Molte delle pagine riportate le aveva già lette in passato qua e là. A un certo punto lo vidi alzarsi in piedi e avvicinarsi a mia madre; indicava una delle ultime pagine del libro. Disse “Senti”, e lesse:

Solo mercoledì sera si ebbe la sensazione che stava per finire. E ci si ritrovò tutti nell’ufficio del ministro, davanti alla radio. Captammo Roma. Trasmettevano il discorso del ministro Martino. Un bel discorso. Ma, a chiusura, udimmo il grido lanciato in aula dai deputati comunisti: «Viva l’Armata rossa!».  A pochi passi da noi, l’Armata rossa stava mitragliando nelle cantine gli operai e gli studenti di Budapest, rimasti senza munizioni.

L’asciuttezza della prosa di Montanelli mi dipinse la scena come un fulmine che rischiara le forme. Due lampi mi passarono in testa, letteralmente, due lampi. Il primo che illuminava l’emiciclo del Parlamento, coi comunisti che si alzavano in piedi a gridare. Il secondo in cui studenti e operai rintantati in buie cantine venivano rischiarati dai flash delle mitragliatrici che li crivellavano, mentre, mi figuravo, il rumore degli spari si sovrapponeva all’invocazione dei deputati del PCI.

Ecco la autoproclamata “moralità” del PCI. Da quel giorno capii che il PCI era un partito di delinquenti. Capii che chi sosteneva o aveva sostenuto il PCI era connivente con delinquenti e assassini. Capii che chi aveva guardato o guardava al PCI senza la più profonda riprovazione era indulgente e simpatizzante con delinquenti e assassini.

Tra quei deputati del PCI della Seconda Legislatura della Repubblica c’era anche Giorgio Napolitano.

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Stamattina sono passato in Piazza San Pietro, a dire una preghiera e a vedere…

Ecco, (quasi) in diretta… la loggia delle benedizioni addobbata di porpora, pronta ad accogliere il nuovo Pontefice, e là, piccolino, sulla destra, il camino della Sistina!

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VENI SANCTE SPIRITUS AD ELIGENDUM SUMMUM PONTIFICEM

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Oggi facciamo due bei test.

In che università ebbe il titolo la prima laureata donna della storia (vietato guardare google e vietato guardare sotto)?

  1. Salamanca, Spagna
  2. Cambridge, Inghilterra
  3. Koenigsberg, Prussia
  4. Padova, Repubblica di Venezia
  5. Basilea, Confederazione Elvetica

In che università prese servizio la prima professoressa universitaria donna della storia (di nuovo, vietato guardare google e vietato guardare sotto)?

  1. Oxford, Inghilterra
  2. Lipsia, Prussia
  3. Bologna, Stato Pontificio
  4. Sorbona, Francia
  5. Harvard, Stati Uniti

(la risposta qui sotto)

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Ah, quante volte ci hanno raccontato la storia che la Chiesa Cattolica fosse contro le donne, che le opprimesse, che impedisse loro di accedere alle cariche, ah, l’oscurantismo, il maschilismo, l’oppressività sessuale della Chiesa Cattolica, ecc. ecc.

Be’, se le cose stanno così… certamente i paesi non cattolici, liberi o liberati dal giogo di cotanta nequizia, saranno stati i primi a consentire alle donne di accedere a prestigiose posizioni. Non dico i paesi musulmani, ma per lo meno gli avanzatissimi paesi protestanti, lontani dal giogo soffocante della Curia Romana.

Quindi la prima donna laureata al mondo è stata certamente un vanto di un paese protestante, che so, dell’Università di Oxford, oppure quella di Lipsia…

E invece…. toh, guarda, che sorpresa, la prima donna al mondo a essersi laureata fu l’italiana Elena Lucrezia Cornaro, cattolica in un paese cattolico, il 25 Giugno 1678 presso l’Università di Padova! La risposta giusta alla prima domanda è la 4!

Va be’, dai, lo sappiamo tutti che la Serenissima Repubblica di Venezia, nei cui dominii la città di Padova rientrava, era sì cattolica, ma spesso in polemica col Papa, vantava una propria fiera indipendenza, talvolta sfociata in avversione, rispetto alla Curia Romana, per lo meno verso i vertici della Chiesa Cattolica. Sì, volevano evidentemente fare un dispetto al Papa, è chiaro, e il Papa si sarà arrabbiato un sacco… e poi… insomma, una laurea non è che voglia dire poi tanto, l’insegnamento, quello sì, la ricerca, una cattedra, una vera cattedra universitaria! Quella è importante. Dove fu l’università che per prima annoverò una donna nel proprio corpo docenti? Sarà certamente in uno dei paesi di cui sopra, probabilmente in Inghilterra, il paese più avanzato….

Ma…. ma…. non è possibile! La prima professoressa universitaria della storia, nonché prima fisica donna al mondo, fu Laura Bassi, presso l’Università di Bologna. Non solo in un paese cattolico, ma addirittura in un ateneo dello Stato Pontificio! La risposta giusta alla seconda domanda è la 3!

Naaa, incredibile vero? Assurdo, pazzasco!

Questi, signori miei, sono FATTI! Il resto sono chiacchiere…

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Il Beato Marco d’Aviano sulle colline del Kahlenberg, che dominano Vienna, brandiva il Crocifisso come strumento di lotta e di vittoria, per incitare i combattenti cristiani a liberare la città occupata dai musulmani. Oggi il Crocifisso è ridotto a strumento di sordido piacere da una società edonista che si autodistrugge consegnandosi all’Islam.

Roberto de Mattei da “Corrispondenza Romana”

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Qualche giorno fa ricorreva l’anniversario della Battaglia di Vienna.
Vienna fu il punto più avanzato raggiunto dai turchi nel loro tentativo di conquista e islamizzazione dell’Europa. Esso ebbe inizio il 2 marzo 1354, quando per la prima volta espugnarono un avamposto sul nostro continente, a sua volta tappa del loro processo di espansione iniziato con l’infausta battaglia di Manzicerta quasi tre secoli prima.

Nel corso dei secoli i turchi avevano dapprima conquistato l’Anatolia, dilagando successivamente nei Balcani e schiacciando e sottomettendo tutti i popoli cristiani della regione, sino alla tristissma conquista del millenario Impero Romano d’Oriente e distruzione di un’intera civiltà.

L’Anatolia, cristiana da un millennio, era perduta. Valorose sacche di resistenza sopravvissero nei Balcani (tra tutti primeggia la figura dello Scanderbeg, che morì invitto), ma inesorabilmente tutti questi popoli cedettero, schiacciati dalla barbarie musulmana.

La prima vera battuta d’arresto vi fu il 7 ottobre 1571 (per un’impressionante coincidenza storica, esattamente 500 anni dopo la Battaglia di Manzicerta, inizio dell’espansione) con la grandiosa Battaglia di Lepanto. Purtroppo la Cristianità europea non seppe sfruttare una così netta vittoria: distrutta la flotta turca, la stessa città di Costantinopoli era rimasta vulnerabile per alcuni anni. Le divisioni tra le potenze europee ebbero la meglio e, nel giro di pochi anni, le armate turche ricominciarono a premere nei Balcani, le navi turche, quelle corsare in particolare, ripresero ad attaccare e depredare i porti del Mediterraneo, alimentando un fiorente commercio di schiavi nei porti nordafricani (ne parla vivacemente la Fallaci nel suo libro “Un Cappello Pieno di Ciliegie”).

Già un’altra volta, alcuni decenni prima della battuta d’arresto di Lepanto, i turchi si erano spinti sino alle mura di Vienna, ma il rischio più grande fu corso nel 1683, 230 anni dopo la caduta della Costantinopoli bizantina. L’avanzata fino a Vienna fu il punto culminante di una serie di guerre, che aveva visto i Turchi aggredire ripetutamente tutti i popoli dell’Est Europa, ungheresi, austriaci, polacchi, lituani, russi, moldavi, valacchi… Alcuni di essi, come gli ungheresi, erano stati costretti a diventare vassalli dei turchi, il che li obbligava a fornire loro contingenti militari.

Per anni Giovanni Sobieski, etmano (“supremo condottiero”) della Confederazione Polacco-Lituana, li aveva combattuti, mosso da un ardente amore per il Suo Popolo, costantemente minacciato dagli invasori, e da una sincera Fede Cattolica, guadagnandosi il soprannome di Leone di Lehistan. Salito al trono di Polonia col nome di Giovanni (Jan) Terzo, Sobieski riuscì a costruire un’alleanza tra le potenze cristiane, cattoliche e protestanti, per contenere l’avanzata turca, le quali, tuttavia, poterono racimolare un numero di uomini pari a circa un terzo dell’armata ottomana (non più di 50-60000 uomini), tra i quali, per di più, restavano vive le rivalità nazionali e gli attriti fra protestanti e cattolici. Tra le principali potenze europee, spiccava l’assenza della Francia di Luigi XIV, che, anzi, in chiave antiaustriaca sosteneva in malcelatamente gli ottomani. A detta di molti storici fu un atteggiamento molto miope, poiché essi concordano che se Vienna fosse caduta, i turchi sarebbero velocemente dilagati in tutta Europa sino ai confini francesi.

Nel 1683 Vienna fu dunque accerchiata. La città subì un assedio di due mesi, mentre bande di islamici depredavano e devastavano i dintorni della capitale. L’imperatore Leopoldo I, rifugiatosi con la corte lontano dalla capitale, chiese aiuto a Jan Sobieski. Il re di Polonia radunò le truppe dell’alleanza e, dopo attente manovre diplomatiche tra i condottieri, riuscì a prendere personalmente il comando della battaglia. La predicazione del Beato Marco d’Aviano infiammò le truppe cattoliche; lo svolgimento della battaglia è narrato con accuratezza storica nel romanzo Sotto le Mura di Vienna di Dobraczyński.  L’episodio che decise la battaglia fu proprio l’intervento di Sobieski in persona. Alla testa della cavalleria polacca egli guidò una travolgente carica contro i turchi. Appostatosi nei boschi che ricoprivano le colline intorno alla città, ne uscì fulmineamente, cogliendo di sorpresa i turchi intenti ad attaccare la città e a contrastare le azioni di disturbo del resto dell’esercito alleato. L’esercito ottomano, che aveva puntato tutto sul far cadere la città proprio in quel giorno, letteralmente si sbriciolò.  I difensori della città, galvanizzati dalla carica del sovrano polacco, si lanciarono al di là delle mura e i turchi finirono intrappolati. Chi poté si diede a una fuga tanto disordinata quanto rapida: in un ultimo sussulto di barbarie islamica il gran vizir Kara Mustafà fece trucidare tutti i prigionieri prima di scappare. Da quel giorno ebbe inizio il declino dell’Impero Ottomano.

Entrando nel campo avversario, Jan Sobieski vi trovò il bottino di tutte le razzie compiute dai turchi nel corso della campagna. Qui nacquero svariate storie. Una di esse vorrebbe che i croissant siano stati inventati dai pasticceri viennesi per festeggiare la vittoria: poiché la mezzaluna era il simbolo dell’Impero Ottomano, si voleva dire “noi i turchi ce li mangiamo a colazione!”

Il re Jan Sobieski giunse alla tenda del gran vizir e notò come fosse fatta di un tessuto preziosissimo. La fece requisire e la inviò in dono a Papa Innocenzo XI, il quale ne fece un baldacchino per la processione del Corpus Domini -per inciso… grande! È questo il dialogo interreligioso che voglio io!-. Certamente Sobieski fu l’eroe riconosciuto della battaglia. Non solo il sovrano che aveva rischiato la vita ponendosi alla testa del suo esercito, ma colui che era stato capace di costruire l’alleanza che aveva salvato l’Europa da una sicura conquista ottomana (e musulmana). Quella fu l’ultima volta in cui (quasi) tutta l’Europa combatté unita in nome del Cristianesimo e in nome della propria indipendenza.

Negli scorsi mesi a Roma sono stati esposti i documenti dell’Archivio privato (“Secretum”) Vaticano, tra cui v’era la lettera scritta da Sobieski in cui annunziava al Papa la vittoria.

Si narra che in un primo messaggio scrisse la laconica frase: “Venimus. Vedimus. Deus vicit.”

Una frase molto più grande di quella di Giulio Cesare. Non un uomo, un uomo straordinario, ma un “noi”, un popolo fu il protagonista. Ma non fu questo popolo a compiere l’opera, bensì Dio, che compì il miracolo, che vinse.

VENIMUS. VIDIMUS. DEUS VICIT.

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Oggi, martedì 29 maggio 2012, è il 459esimo anniversario della caduta di Costantinopoli.

Oggi come allora è un martedì.
Un ricordo e una preghiera per i gloriosi condottieri che difesero l’Onore della Cristianità fino a sacrificare la propria vita.

Onore al grande Sovrano e Condottiero Costantino XI Paleologo Dragas, Вασιλεύς Βασιλέων Βασιλεύων Βασιλευόντων. E insieme a lui, ai coraggiosi uomini che con lui combatterono: il suo compagno d’armi Giorgio Sfranze, il luogotentente Giovanni Giustiniani Longo, l’ultimo megas doux Luca Notara, il capitano Girolamo Minotto.

Purtroppo è una storia poco conosciuta. E, vi assicuro, è una storia di grande valore, di grande Fede, è una storia molto bella e molto appassionante, nonostante, ahimé, finisca male. Gli uomini più valorosi perirono, mentre i tiranni, i barbari, i rinnegati vinsero e distrussero fin dalle fondamenta quella che era stata la più grandiosa città e la più avanzata civiltà del mondo. Fu il trionfo della barbarie, propria dell’islam, sulla civiltà, propria del Cristianesimo, il trionfo del male sul bene, dell’arbitrio e della prepotenza sulla giustizia e sul diritto.

Ma quei grandi uomini, col loro signore Costantino in testa, lasciarono una imperitura testimonianza di valore, di coraggio, di Fede, che vale la pena sia ricordata. Nel suo ultimo discorso, che Gibbon definì “l’orazione funebre dell’Impero Romano”, prima di andare in battaglia disse “Miei signori, miei fratelli, miei figli, l’ultimo onore dei Cristiani è nelle vostre mani!” E aggiunse che, con l’aiuto di Dio, avrebbero conquistato o la Vittoria o la Palma del Martirio.

Costantino morì così, come deve morire un grande Sovrano, lottando alla testa del suo Popolo, ultimo Imperatore Romano, ultimo rappresentante di una intera secolare civiltà. Con lui moriva non uno Stato, ma un mondo intero.

Preghiamo Iddio perché la sua Santità e il suo Martirio siano un giorno riconosciuti da tutte le Chiese, di Occidente come di Oriente. E preghiamo Iddio perché in Santa Sofia si torni un giorno a celebrare la Divina Liturgia!

 

 

“Re, io mi desterò dal mio sonno marmoreo,
E dal mio sepolcro mistico io ritornerò
Per spalancare la murata porta d’Oro;
E, vittorioso sopra i Califfi e gli Zar,
Dopo averli ricacciati oltre l’Albero della Mela Rossa,
Cercherò riposo sui miei antichi confini.”

(Kostis Palamas)

Costantino XI Dragazes, l’ultimo Basileus

La caduta di Costantinopoli su “Basileia”

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