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Qualche giorno fa sono andato a un concerto nella Basilica di San Paolo Fuori le Mura a Roma. Tale concerto era dedicato al Papa (eum conservet Deus) da parte del Cardinale Domenico Bartolucci, storico direttore della Cappella Musicale Pontificia Sistina. E’ stato eseguito il Requiem in do minore di Luigi Cherubini (brano che, per inciso, gradirei fosse eseguito alla mia dipartita) e lo Stabat Mater dello stesso Bartolucci.
Devo ammettere che ero partito un po’ prevenuto, per l’orchestra e per il coro, che non conoscevo, per il direttore, che parimenti non conoscevo, per l’acustica della Basilica, che non è propriamente quella di una sala da concerto. Tuttavia è stato evidente che entrambi i compositori ben sapevano, nel momento in cui scrivevano i suddetti brani, che avevano a che fare con la tipica acustica basilicale, e hanno saputo fare di necessità virtù. Il resto l’hanno messo la bellezza dei brani (grandissimo Cherubini, ma grande anche l’inaspettato Bartolucci) e la bontà dell’esecuzione (soprano solista a parte) che mi ha veramente stupito.

Al termine del concerto il Cardinal Bartolucci, che era in prima fila (non si poteva pretendere che dirigesse lui, ha superato i novanta da parecchio tempo, nonostante qualche volta ancora torni al comando), si è soffermato a salutare i presenti. Vedendo quell’uomo, tanto anziano quanto energico, autore della splendida musica che avevo appeno sentito, mi ha fatto sorgere la curiosità di sapere meglio chi fosse.

Ho scoperto che Bartolucci, che è stato per quasi quarant’anni saldamente al timone della Cappella Pontificia, direttore e compositore degnamente succeduto all’immortale Lorenzo Perosi, nel corso del suo incarico ha mantenuto a livelli eccelsi la tradizione polifonica romana, non soltanto con l’interpretazione, ma anche con la composizione di nuovi brani liturgici (come lo Stabat Mater dell’altra sera). Nel 1997, all’età di ottanta anni, è andato in pensione.

Dopo di lui due direttori si sono succeduti alla guida della Cappella Pontificia. E qui casca l’asino, ahimé! L’attuale direttore è don Massimo Palombella. Io sinceramente non so dove costui abbia studiato musica. Quello che so, o meglio che le mie orecchie sanno, è che la “Cappella Sistina” dovrebbe essere rinominata “Cappella Sistòna”.
Ascoltare per credere: qui il Gloria nella Messa di Natale del 1978 diretto da Bartolucci e qui quello nella Messa di Natale del 2010 diretto da Palombella. Ma se volete veramente farvi del male, ascoltatevi il Miserere di Gregorio Allegri del 2011… se ci riuscite!

MAMMA MIA! Rivogliamo Bartolucci!

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Delle musiche che commento ce ne sarebbe da dire. Entrambe sono lavori di grandiose proporzioni, entrambe sono punti di svolta per il loro compositore. Entrambe hanno lo spessore, la ricchezza, la grandiosità di un immenso poema. Su ciascuna di esse sono stati scritti libri interi. Esse sono la Seconda Sinfonia di Sibelius (1902) e la Quarta Sinfonia di Bruckner (1874).

Qui, nel mio piccolo, mi voglio soffermare solo su due parti di queste grandiose creazioni: i finali. Premetto che sono entrambe composizioni tra le più straordinarie, che più volte mi hanno fatto vibrare nel più profondo. Mi concentro su questi finali fondamentalmente per tre motivi. Innanzitutto per il loro fascino, la loro bellezza, la loro lucentezza. Secondariamente perché in tali passaggi entrambe le sinfonie (quella di Sibelius in particolare) trovano non solo il proprio compimento formale, ma anche e soprattutto il proprio compimento emotivo, il proprio akmè, la propria ragion d’essere esattamente al loro termine. In altre parole, se queste due sinfonie fossero state scritte identiche, ma con un finale diverso (diversi…. diciamo gli ultimi 7-8 minuti), esse avrebbero avuto tutt’altro significato. Il terzo motivo è che ciascun brano mostra una maniera del tutto generale di intendere il rapporto con le cose e il Mistero. Un Mistero che in entrambe appare evidente, ma “accade” in modo del tutto diverso.

Jean Sibelius, Sinfonia n. 2, Finale

 (direttore L. Bernstein, Orchestra Wiener Philarmoniker, dal minuto 16.55)  

http://www.youtube.com/watch?v=jY6b1DdSCwk

(tranquilli… il brano dura solo 4.30, il resto sono solo applausi, ce la potete fare)

Nonostante cronologicamente sia successivo, prendiamo innanzitutto Sibelius (1865-1957), che fu il più grande compositore finlandese. Fin dall’inizio potete udire un tema assorto e cadenzato annunciato a pezzi e frammenti dalla tromba (16.55), poi passa ad altri fiati, sempre in maniera frammentaria, ma facendosi via via più netto e preciso. Contemporaneamente gli archi intonano piano una melodia dal carrattere del tutto opposto, composta da vorticosi e incalzanti arpeggi. Mano a mano il tema inizialmente enunciato si fa più netto, viene messo a fuoco, mentre la dinamica cresce, esso passa per tutte le sezioni dell’orchestra, fino a diventare un vero e proprio grido (19.03). I contrabbassi, affiancati dai legni (flauti, clarinetti, oboi), non cessano di incalzare vorticosamente questo tema principale. Quest’ultimo è quanto di più “minore” esista, struggente e implacabile. Un dramma sempre più bruciante! La tensione dinamica (crescendo) e armonica ragiungono il vertice, la musica è sospesa nelle ventate che continuano a scuotere e martellare l’orchestra, tra il tema cadenzato di violini e trombe e il vortice incessante di arpeggi di contrabbassi e flauti. Ci aspettiamo una risoluzione, che tarda a venire, e tarda, e tarda ancora… finché non si risolve nel più aspettato dei modi! L’armonia, assolutamente, limpidamente in tonalità minore, risolve in un improvviso, imprevedibile, accordo liberatorio in maggiore (20.00)! E’ successo qualcosa, qualcosa è successo, il grido, il dramma precedente è sfociato inaspettatamente nella luce. L’orchestra è come se si trattenesse, si rarefà (20.19), come se si tenesse il fiato “ma è possibile, sarà proprio vero, sarà proprio vera questa pienezza, questa bellezza in fondo al dramma?” Il tremolo dei violini è carico di stupita incredulità. I pizzicati degli archi (20.29) si insinuano come passi eccitati di un bambino che prendendo per mano un grande lo trascini con sé con piccoli passi veloci. Per giungere al luminoso slancio finale, come in una corsa, come il raggiungimento di una vetta (“Sarà vero? Sarà vero?”).  I colpi dei timpani (21.04) sono come un richiamo lontano delle profondità della terra, le quali, sul tremolo pieno e ardente degli archi, partecipano anch’esse alla gioia finale, non sono minacciose.  E, come se giungessimo infine alla vetta, l’intera valle si apre ai nostri piedi, come la risposta definitiva al precedente dubbio, alla Domanda, “sì, SI’! E’ proprio vero, è tutto vero!”. Il cuore si spalanca in un abbraccio sconfinato (21.19), gli archi scintillano scattanti, ribolliscono di gioia. Sopra di essi gli ottoni  intonano una vero e proprio inno di lode, un corale, chiaro e sicuro, certo di ciò che ha visto, di ciò che, dopo il dramma ha raggiunto, concludendo nell’apoteosi la sinfonia! La Grazia si è mostrata, quindi, con un avvenimento inaspettato, come un dono che sconvolge quello che sembrava il normale epilogo. si è inserita nello scorrere del tempo, senza spezzare, senza un’esposione, una lacerazione, ma inserendosi luminosamente e operando una netta cesura (l’irrompere dell’accordo maggiore). Molto schematicamente si potrebbe definire una visione protestante. Lo scorrere degli eventi, che appare drammatico e destinato a uno scuro finale, si risolve di colpo in luce. La Grazia gratuitamente mi si dona, a un certo punto capisco che Essa c’è è presente, è accaduta! A un certo punto capisco che sono salvato e la Grazia balena innanzi ai miei occhi in tutta la sua evidenza e bellezza!

Anton Bruckner, Sinfonia n. 4 “Romantica”, Finale

(direttore S. Celibidache, orchestra Munchener Philarmoniker)

http://www.youtube.com/watch?v=Kz-V4tcO9SY

Fin dall’impostazione generale è del tutto differente Bruckner (1824-1896), forse l’ultimo (e il più monumentale) dei grandi sinfonisti romantici. La sua musica ha sempre un carattere profondamente mistico e contemplativo, venendo spesso paragonata alle grandiosi costruzioni gotiche. Qui siamo negli ultimi 5 minuti di una sinfonia che dura più di un’ora, e ancora tutti i contrasti non si sono composti. La sinfonia giunge all’ultimo movimento senza aver e ancora “risolto” nulla. Esso si svolge in un clima profondamente drammatico, che tuttavia alterna momento quasi “superficiali”.

Al Senso profondo non si può sfuggire (0.14), e l’atmosfera via via si addensa, acquista sempre più tensione e peso… è come se la domanda, il senso profondo delle cose e della vita si insinuassero ineluttabilmente proprio dove si era cercato di allontanarle. Proprio qui inizia la fine della sinfonia, inizia l’epilogo dell’esperienza vissuta. Sembrerebbe scemare tutto in un sussurro, in una perdita di energia, in pochi fremiti e niente altro, come se la vita, come se tutta l’esperienza si spegnessero a guisa di una candela. Invece, come da lontano, come dalle viscere della terra, giungono le misteriose note lunghe di corni e clarinetti (0.14). Su di loro gli archi intonano (piano) un tema martellante, come di marcia, incalzante, che contrasta nettamente con la staticità del richiamo degli ottoni. L’atmosfera è rarefatta, le armonie sono indeterminate. Tutto è statico, ma non c’è riposo, tutto è carico di tensione. L’orchestra ripete gli stessi disegni crescendo lentamente… molto, molto lentamente… la tensione si fa sempre maggiore e l’angoscia inizia a delinearsi in una atmosfera sempre più visionaria e allucinata, con la tonalità che si fa nettamente minore. Gli archi incalzano e diviene evidente che tutto sta crollando, sta scendendo, si sta ormai scendendo agli inferi (0.46-1.02). Come se ci si rendesse conto della catastrofe imminente, il corno intona un tema struggente (1.02-2.02), carico della più lacerante e struggente malinconia… come rievocare il passato (“Ma non era così, non doveva andare a finire così, perché? Era tutto così bello, un tempo era tutto così dolce e ora tutto si è perduto, ahimé…”). Ma sotto il suo canto, spietatamente, gli archi continuano a incalzare con il loro tema martellante e ripetitivo in agghiacciante inesorabilità. Riprendono con più vigore le precedenti note tenute dei fiati, via via più forti e allucinate, (2.04), rinforzate da inquietanti lontani richiami di trombe (2.14), come presagi di un inesorabile giudizio alle porte. Ormai l’orchestra sta suonando in “forte” (2.35), da “pianissimo” da cui era partita, la tonalità inesorabilmente minore. Si quieta pochi istanti (2.49), per compiere il definitivo balzo verso l’abisso, gli archi continuamente martellanti. Ma la tonalità inizia a farsi indeterminata: ciò che sembrava così evidente nella sua tragicità senza speranza vacilla… quanto udito finora ci farebbe percepire gli accordi come nettamente minori, ma ponendo attenzione al presente, cercando di dimenticare le note appena trascorse, ci si rende conto che, proprio là dove sta terminando l’atmosfera “rarefatta” e “sospesa”, la tonalità si fa sfumata (da 3.05). Maggiore o minore, maggiore o minore? Quando ci si rende conto che la tonalità è incredibilmente MAGGIORE (circa 3.23), essa ormai lo è già da un po’. È impossibile individare esattamente DOVE ci sia il passaggio da minore a maggiore! È assurdo, ma quella stessa marcia che portava inevitabilmente agli inferi, alla tragedia più nera, sfocia nella più chiara e grandiosa luce (3.32), gli archi martellanti diventano il nerbo, l’energia, la forza pulsante del luminoso, nobile corale di ottoni che porta all’apoteosi finale! La Grazia soverchiante! Ecco come si palesa, come agisce! Molto schematicamente si potrebbe definire una visione cattolica. Proprio ciò che ti portava agli inferi, proprio quello, ti porta alla luce. Era evidente che ti avrebbe portato agli inferi, invece proprio quella era la strada per l’apoteosi, per il paradiso, per l’estasi!

Ecco come agisce la Grazia, come essa si palesa! Meglio ancora: Sibelius ci mostra come la Grazia la vediamo. Quando riusciamo a vederLa, in genere la percepiamo come qualcosa che, grazie al cielo, cala miracolosamente, rompendo e facendoci vievere una pienezza sconfinata. Bruckner mostra invece come la Grazia agisce, ne mostra la natura profonda. Essa era insinuata fin dall’inizio nello svolgersi dei tempi, nello svolgersi dei drammi, e infine si rende evidente, benché, assurdamente, tutto, perfino il la più struggente malinconia, era costruito in perché essa si rendesse evidente!

Che bello poter fare l’esperienza di pienezza totale di Sibelius!

Che bello poter avere la coscienza e la certezza di Bruckner!

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Eccezionale aria cantata con espressività, bravura e sensualità dalla grandissima (e bellissima) Elina Garanca… godetevela!

L’amour est un oiseau rebelle
Que nul ne peut apprivoiser,
Et c’est bien en vain qu’on l’appelle
S’il lui convient de refuser.
Rien n’y fait menace ou prière,
L’un parle bien, l’autre se tait,
Et c’est l’autre que je préfère,
Il n’a rien dit mais il me plaît.

Refrain:
L’amour, l’amour…
L’amour est enfant de Bohème,
Il n’a jamais jamais connu de loi,
Si tu ne m’aimes pas je t’aime,
Si je t’aime prends garde à toi.

L’amour que tu croyais surprendre
Battit de l’aile et s’envola,
L’amour est loin, tu peux l’attendre,
Tu ne l’attends plus, il est là.
Tout autour de toi, vite, vite,
Il vient, s’en va, puis il revient,
Tu crois le tenir, il t’évite,
Tu crois l’éviter, il te tient.


Refrain

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Ieri sera tornando a casa ho messo la  Nona di Beethoven a tutto volume nella mia auto….
La Nona è la Creazione dell’intero universo, ma, mi sono accorto, è anche la Creazione della Coscienza e della Conoscenza, del singolo, delle cose, della Realtà, non è solo “musica oggettiva”, è anche un cuore pulsante che va a fondo delle cose, che ne ottiene una bruciante percezione, che inizia a sanguinare con gli eventi!GRAZIE LUDWIG che hai saputo trasformare in materia & lava & suono pulsante le nostre vibranti passioni, e in questo di aiutarci a non esserne schiacciati.

 

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Delle musiche che qui pubblico e commento ce ne sarebbe da dire. Entrambe sono lavori di grandiose proporzioni, entrambe sono punti di svolta per il loro compositore. Entrambe hanno lo spessore, la ricchezza, la grandiosità di un immenso poema. Su ciascuna di esse sono stati scritti libri interi. Esse sono la Seconda Sinfonia di Sibelius (1902) e la Quarta Sinfonia di Bruckner (1874).

Qui, nel mio piccolo, mi voglio soffermare solo su due parti di queste grandiose creazioni: i finali. Premetto che sono entrambe composizioni tra le più straordinarie, che più volte mi hanno fatto vibrare nel più profondo. Mi concentro su questi finali fondamentalmente per tre motivi. Innanzitutto per il loro fascino, la loro bellezza, la loro lucentezza. Secondariamente perché in tali passaggi entrambe le sinfonie (quella di Sibelius in particolare) trovano non solo il proprio compimento formale, ma anche e soprattutto il proprio compimento emotivo, il proprio akmè, la propria ragion d’essere esattamente al loro termine. In altre parole, se queste due sinfonie fossero state scritte identiche, ma con un finale diverso (diversi…. diciamo gli ultimi 7-8 minuti), esse avrebbero avuto tutt’altro significato. Il terzo motivo è che ciascun brano mostra una maniera del tutto generale di intendere il rapporto con le cose e il Mistero. Un Mistero che in entrambe appare evidente, ma “accade” in modo del tutto diverso.

    
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(tranquilli… il brano dura solo 4.30, il resto sono solo applausi, ce la potete fare)


Nonostante cronologicamente sia successivo, prendiamo innanzitutto Sibelius (1865-1957), che fu il più grande compositore finlandese. Fin dall’inizio potete udire un tema assorto e cadenzato annunciato dalla tromba, poi da altri fiati, in maniera frammentaria. Contemporaneamente gli archi intonano piano una melodia dal carrattere del tutto opposto, composta da vorticosi e incalzanti arpeggi. Mano a mano il tema inizialmente enunciato si fa più netto, viene messo a fuoco, mentre la dinamica cresce, esso passa per tutte le sezioni dell’orchestra, fino a diventare un vero e proprio grido (1.55). I contrabbassi, affiancati dai legni (flauti, clarinetti, oboi), non cessano di incalzare vorticosamente questo tema principale. Quest’ultimo è quanto di più “minore” esista, struggente e implacabile. Un dramma sempre più bruciante! La tensione dinamica (crescendo) e armonica ragiungono il vertice, la musica è sospesa nelle ventate che continuano a scuotere e martellare l’orchestra, tra il tema cadenzato di violini e trombe e il vortice incessante di arpeggi di contrabbassi e flauti. Ci aspettiamo una risoluzione, che tarda a venire, e tarda, e tarda ancora… finché non si risolve nel più aspettato dei modi! L’armonia, assolutamente, limpidamente in tonalità minore, risolve in un improvviso, imprevedibile, accordo liberatorio in maggiore (2.44)! E’ successo qualcosa, qualcosa è successo, il grido, il dramma precedente è sfociato inaspettatamente nella luce. L’orchestra è come se si trattenesse, si rarefà (2.58), come se si tenesse il fiato “ma è possibile, sarà proprio vero, sarà proprio vera questa pienezza, questa bellezza in fondo al dramma?” Il tremolo dei violini è carico di stupìta incredulità. I pizzicati (3.05) si insinuano come passi eccitati di un bambino che prendendo per mano un grande lo trascini con sé. Per poi giungere al luminoso slancio finale, come in una corsa, come il raggiungimento di una vetta, dalla quale l’intera valle si apra ai nostri piedi, come la risposta definitiva al precedente dubbio, alla Domanda, “sì, SI’! E’ proprio vero, è tutto vero!”. Il cuore si spalanca in un abbraccio sconfinato (3.38), gli archi scintillano scattanti, ribolliscono di gioia. Sopra di essi gli ottoni intonano una vero e proprio inno di lode, un corale, chiaro e sicuro, certo di ciò che ha visto, di ciò che, dopo il dramma, ha raggiunto, concludendo nell’apoteosi la sinfonia! La Grazia si è mostrata, quindi, con un avvenimento inaspettato, come un dono che sconvolge quello che sembrava il normale epilogo. si è inserita nello scorrere del tempo, senza spezzare, senza un’esposione, una lacerazione, ma inserendosi luminosamente e operando una netta cesura (l’irrompere dell’accordo maggiore). Molto schematicamente si potrebbe definire una visione protestante. Lo scorrere degli eventi, che appare drammatico e destinato a uno scuro finale, si risolve di colpo in luce. La Grazia gratuitamente mi si dona, a un certo punto capisco che Essa c’è è presente, è accaduta! A un certo punto capisco che sono salvato e la Grazia balena innanzi ai miei occhi in tutta la sua evidenza e bellezza!

(continua nell’altro intervento: I due volti della Grazia – 2/2)

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(qui il brano dura  7.48, il resto sono applausi, vi assicuro che ne vale la pena)

Fin dall’impostazione generale è del tutto differente Bruckner (1824-1896), forse l’ultimo (e il più monumentale) dei grandi sinfonisti romantici. La sua musica ha sempre un carattere profondamente mistico e contemplativo, venendo spesso paragonata alle grandiosi costruzioni gotiche. Qui siamo negli ultimi 8 minuti di una sinfonia che dura più di un’ora, e ancora tutti i contrasti non si sono composti. La sinfonia giunge all’ultimo movimento senza aver e ancora “risolto” nulla. Esso si svolge in un clima profondamente drammatico. Tale dramma continua a oscillare tra momenti di contemplazione e grandi “crescendo”, tra pause e sussulti. Il finale (che riporto) presenta una successione di episodi di vario carattere, come se al termine di tutto si spiegassero, una dopo l’altra, tutte le vibrazioni percepite dall’anima nel corso della vita. Inizialmente è presente un’atmosfera misteriosa e rarefatta, carica di tensione e incertezza (0- 1.05), rotta da sussulti eroici (1.05- 2.02), cui subentrano momenti di quieta e malinconica dolcezza (2.02-2.56). Tale dolcezza sfuma in un episodio di spensieratezza lieve, quasi superficiale (2.56- 3.40). Si avverte una cesura netta, un contrasto tra il clima assorto dei precedenti temi e la leggerezza di questo, come se ci si volesse distrarre, come se si volesse dimenticare tuttigli istanti pregnanti, carichi si significato. Ma al Senso profondo non si può sfuggire, e l’atmosfera superficiale via via si addensa, acquista sempre più tensione e peso (2.56 – 4.27)… è come se la domanda, il senso profondo delle cose e della vita si insinuassero ineluttabilmente proprio dove si era cercato di allontanarle. Proprio qui, però, inizia la fine della sinfonia, inizia l’epilogo dell’esperienza vissuta. Sembra scemare tutto in un sussurro, in una perdita di energia, in pochi fremiti (4.27-5.07) e niente altro, come se la vita, come se tutta l’esperienza si spegnessero a guisa di una candela. Invece, da lontano, dalle viscere della terra, giungono le misteriose note lunghe di corni e clarinetti. Su di loro gli archi intonano (piano) un tema martellante, come di marcia, incalzante, che contrasta nettamente con la staticità del richiamo degli ottoni. L’atmosfera torna rarefatta, le armonie sono indeterminate. Tutto è statico, ma non c’è riposo, tutto è carico di tensione. L’orchestra ripete gli stessi disegni crescendo lentamente… molto, molto lentamente… la tensione si fa sempre maggiore e l’angoscia inizia a delinearsi in una atmosfera sempre più visionaria e allucinata, con la tonalità che si fa nettamente minore. Gli archi incalzano e diviene evidente che tutto sta crollando, sta scendendo, si sta ormai scendendo agli inferi (5.07-5.39). Come se ci si rendesse conto della catastrofe imminente, il corno intona un tema struggente (5.39-6.23), carico della più lacerante malinconia… come rievocare il passato (“Ma non era così, non doveva andare a finire così, perché, era tutto così bello, un tempo era tutto così dolce e ora tutto si è perduto, ahimé…”). Ma sotto il suo canto, spietatamente, gli archi continuano a incalzare con il loro tema martellante e ripetitivo in un’agghiacciante inesorabilità. Riprendono con più vigore le precedenti note tenute dei fiati, via via più forti e allucinate, (6.23), rinforzate da inquietanti lontani richiami di trombe (6.30), come presagi di un inesorabile giudizio alle porte. Ormai l’orchestra sta suonando in “forte” (6.40), da “pianissimo” da cui era partita, la tonalità inesorabilmente minore. Si quieta pochi istanti (6.53), per compiere il definitivo balzo verso l’abisso, gli archi continuamente martellanti. Ma la tonalità inizia a divenire indeterminata: ciò che sembrava così evidente, nella sua tragicità senza speranza, vacilla…quanto udito finora ci farebbe percepire gli accordi come nettamente minori, ma ponendo attenzione al presente, dimenticando le note appena trascorse, ci si rende conto che, proprio là dove sta terminando l’atmosfera “rarefatta” e “sospesa”, la tonalità si fa sfumata (da 6.53). Maggiore o minore, maggiore o minore? Quando ci si rende conto che la tonalità è incredibilmente MAGGIORE (circa 7.20), essa ormai lo è già da un po’. È impossibile individare esattamente DOVE ci sia il passaggio da minore a maggiore! È assurdo, ma quella stessa marcia che portava inevitabilmente agli inferi, alla tragedia più nera, sfocia nella più chiara e grandiosa luce (7.30), gli archi martellanti diventano il nerbo, l’energia, la forza pulsante del luminoso, nobile corale di ottoni che porta all’apoteosi finale! (Notate che tra l’ultimo accordo e gli applausi corrono ben 7 secondi! Segno evidente che l’esecuzione ha lasciato tutti letteralmente senza fiato) La GRAZIA SOVERCHIANTE! Ecco come si palesa, come agisce! Molto schematicamente si potrebbe definire una visione cattolica. Proprio ciò che ti portava agli inferi, proprio quello, ti porta alla luce. Era evidente che ti avrebbe portato agli inferi, invece proprio quella era la strada per l’apoteosi, per il paradiso, per l’estasi!

 

Ecco come agisce la Grazia, come essa si palesa! Meglio ancora: Sibelius ci mostra come la Grazia La vediamo. Quando riusciamo a vederLa, in genere La percepiamo come qualcosa che, grazie al cielo, cala miracolosamente, rompendo e facendoci vievere una pienezza sconfinata. Bruckner mostra invece come la Grazia agisce, ne mostra la natura profonda. Essa era insinuata fin dall’inizio nello svolgersi dei tempi, nello svolgersi dei drammi, e infine si chiarisce che tutto, benché assurdamente, perfino la più struggente malinconia, era costruito in perché essa si rendesse evidente!

 

Che bello poter fare l’esperienza di pienezza totale di Sibelius!

Che bello poter avere la coscienza e la certezza di Bruckner!

 

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Giornata storica: dopo anni e anni di ascolto di musica classica, ho avuto il coraggio di fare ciò che progettavo di fare da tempo immemorabile…Ho iniziato ad affrontare l’ascolto dell’Anello del Nibelungo di Wagner! Il famoso (o famigerato) RING!

Naturalmente si inizia per gradi: il passo di oggi (il primo) è consistito nell’acquisto (e nell’inizio di digestione) dell’Oro del Reno diretto da Karajan.

A voi uno straordinario assaggio che ho pescato su internet….i deformi gnomi nibelunghi nelle oscure caverne che forgiano l’anello del potere con l’oro del Reno…. non vi ricorda niente?

  

 

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